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C’è un momento, spesso verso la fine dell’università, in cui si apre il curriculum e ci si accorge che la formazione occupa già molto spazio, mentre la sezione riservata alle esperienze sembra ancora quasi vuota. Davanti a quella pagina sembra materializzarsi una domanda: bisogna aspettare l’abilitazione prima di cominciare ad avvicinarsi al lavoro?
Senza il titolo previsto e l’iscrizione all’Albo non si può esercitare come psicologo; prima di quel passaggio, però, è possibile assumere ruoli coerenti con la formazione acquisita, conoscere i contesti nei quali si potrebbe lavorare e costruire competenze che l’università, da sola, difficilmente riesce a trasmettere.
Tutoraggio, attività di ricerca, supporto alla didattica e alla progettazione, collaborazioni nel terzo settore o in ambito organizzativo possono rappresentare esperienze utili, purché le mansioni siano definite con chiarezza e non comprendano atti riservati alla professione. Questi sono solo alcuni modi per evitare che l’iscrizione all’Albo diventi il primo momento in cui si osserva da vicino il mercato nel quale si proverà a costruire il proprio futuro.

Durante l’università è facile rappresentarsi l’ingresso nel lavoro come una sequenza ordinata: prima si studia, poi ci si laurea, ci si abilita e, soltanto alla fine, si comincia a fare esperienza. Una sorta di “nasci, cresci e lavori”, nella quale tutto ciò che precede l’iscrizione all’Albo appartiene alla preparazione, mentre ciò che segue coincide finalmente con la vita professionale.
Questa rappresentazione è comprensibile, perché la psicologia è una professione regolamentata e il confine giuridico esiste. Allo stesso tempo, l'identità professionale non si esaurisce nell'abilitazione al suo esercizio. Questa infatti può prendere forma anche in anticipo al primo incarico come psicologo, attraverso ruoli che consentano di contestualizzare le conoscenze entro organizzazioni reali, procedure, vincoli economici, responsabilità e relazioni tra figure differenti.
Il lavoro, infatti, non richiede soltanto di sapere. Richiede di capire come quella conoscenza possa essere impiegata entro un contesto specifico, chi abbia la responsabilità delle decisioni, come vengano documentate le attività e che cosa accada quando un progetto, costruito sulla carta, incontra i limiti di una scuola, di un servizio o di un’organizzazione.
La letteratura sul work-integrated learning, cioè sulle esperienze che mettono in relazione formazione universitaria e contesti lavorativi, mostra che queste attività possono favorire competenze tecniche e trasversali, maggiore consapevolezza delle proprie risorse e una comprensione più realistica delle richieste professionali. Le evidenze sono meno solide quando si cerca di stabilire se producano direttamente un’occupazione più rapida, maggiore stabilità o retribuzioni migliori: molti studi misurano ciò che gli studenti dichiarano di aver appreso, ma seguono più raramente il loro percorso negli anni successivi (Scandurra et al., 2024).
Un’esperienza può quindi essere formativa senza garantire un lavoro. Allo stesso modo, lavorare durante gli studi non rende automaticamente più occupabili, perché contano la qualità dei compiti, la supervisione, la possibilità di ricevere feedback e lo spazio dedicato a comprendere ciò che si sta imparando.
I dati relativi ai laureati italiani in psicologia restituiscono una transizione poco lineare. Per la classe LM-51, l’84,9% prosegue la formazione dopo la laurea; il tasso di occupazione passa dal 62% a un anno al 93,6% a cinque anni e, nello stesso periodo, il 46,6% degli occupati svolge un’attività in proprio. Letti con cautela, perché provengono da fonti e popolazioni differenti, questi numeri descrivono una fase iniziale lunga, nella quale formazione, collaborazioni, specializzazioni e costruzione della propria attività spesso si sovrappongono.
Cominciare a fare esperienza prima dell’iscrizione all’Albo può aiutare a:
Per valorizzare un incarico nelle candidature future, è necessario conservarne la documentazione: contratto o lettera d’incarico, attestazione finale, durata, monte ore e descrizione precisa delle mansioni. Nei bandi non basta dichiarare di aver partecipato a un progetto; occorre dimostrare la natura dell’attività e la sua corrispondenza con i criteri previsti.
Il senso non è iniziare una corsa per arrivare prima degli altri, né accumulare incarichi per paura di restare indietro. Cominciare presto serve quando consente di scegliere con maggiori informazioni, comprendendo quali ambienti risultino sostenibili, quali competenze manchino e quali immagini del lavoro siano state idealizzate.
Prima dell’iscrizione all’Albo si possono cercare incarichi che richiedano una laurea o una formazione psicologica, ma che non comprendano prestazioni riservate allo psicologo. A stabilire se un’attività sia compatibile non è soltanto il titolo attribuito al ruolo: contano le mansioni effettive, il grado di autonomia, le responsabilità e i requisiti indicati nel bando o nel contratto.
Tra le opportunità più utili rientrano le attività di tutoraggio nelle scuole, nelle università e nei progetti formativi. A seconda dell’avviso, il tutor può occuparsi di:
Sono compiti meno appariscenti di uno sportello psicologico, ma tutt’altro che marginali. Permettono di conoscere il funzionamento dell’istituzione, osservare come vengano coordinate professionalità differenti e sviluppare competenze richieste anche in incarichi successivi. Per chi desidera lavorare nella scuola, nella formazione o nei progetti finanziati, un tutoraggio ben documentato può diventare una prima esperienza coerente e, in alcuni bandi, valutabile.
Le opportunità non riportano sempre la parola “psicologo” nel titolo. Alcuni avvisi universitari rivolti a laureati LM-51 riguardano, per esempio, il supporto organizzativo ai corsi, la gestione dei percorsi di tirocinio o la collaborazione alle attività didattiche, senza configurare una prestazione psicologica.
Senza iscrizione all’Albo, un laureato in psicologia può anche avviare un percorso di carriera nella ricerca scientifica: non un semplice ripiego in attesa dell’abilitazione, ma un binario professionale a sé stante, con tappe e criteri di accesso propri. Tra le opportunità già accessibili in questa fase rientrano le borse di ricerca, che possono comprendere revisione della letteratura, organizzazione della raccolta dati, gestione di database e supporto alla reportistica. Fermo restando che scegliere la ricerca non preclude l’iscrizione all’albo e non è raro incontrare, per esempio, professionisti che conseguono parallelamente dottorato e scuola di specializzazione in psicoterapia.
Nel terzo settore si possono trovare attività di supporto ai progetti, comunicazione sociale, inclusione, prevenzione della dispersione e raccordo con i servizi. Alcune opportunità emergono anche nelle risorse umane, nella formazione e nella gestione progettuale, purché non implichino valutazioni psicologiche autonome, uso professionale di test o interventi presentati come sostegno psicologico.
Prima di candidarsi conviene verificare:
Una buona esperienza pre-abilitazione non aggiunge semplicemente una riga al curriculum. Può insegnare a leggere il contesto, una competenza decisiva quando si lavora in istituzioni nelle quali decisioni, tempi e risorse non dipendono da una sola persona.
Scuole, università, comuni, aziende e organizzazioni del terzo settore hanno gerarchie, linguaggi e procedure differenti. Comprendere chi coordina, come circolano le informazioni, quali vincoli condizionano il progetto e che cosa debba essere documentato permette di passare da una conoscenza astratta del lavoro a una partecipazione più consapevole.
Si sviluppa anche la capacità di collaborare. E no, non consiste con il semplice “andare d’accordo”, perché richiede di rendere comprensibile il proprio contributo, accogliere prospettive differenti, gestire i disaccordi e riconoscere quando una situazione debba essere affidata a un’altra professionalità.
Le imprese che cercano laureati dell’indirizzo psicologico attribuiscono particolare importanza a flessibilità, lavoro di gruppo, problem solving, autonomia e abilità digitali. Per la categoria degli specialisti in scienze psicologiche e psicoterapeutiche, i dati Excelsior 2025 indicano che l’esperienza viene richiesta nella quasi totalità delle entrate considerate, mentre nella maggior parte dei casi è prevista ulteriore formazione dopo l’ingresso. Il titolo rappresenta quindi un requisito essenziale, ma difficilmente esaurisce ciò che le organizzazioni cercano.
Entrare nei contesti prima dell’iscrizione all’Albo aiuta inoltre a familiarizzare con report, piattaforme, raccolta dati, comunicazioni formali e rendicontazione. Sono attività che durante gli studi possono sembrare periferiche, mentre diventano centrali quando si partecipa a un progetto pubblico o si deve dimostrare il lavoro svolto.
C’è poi un apprendimento che riguarda i confini. Stare vicino al lavoro psicologico senza poterlo ancora esercitare obbliga a distinguere tra osservare, collaborare, supportare e assumersi la responsabilità di una prestazione. Se il contesto è ben organizzato, questa posizione permette di costruire un’identità professionale più realistica.
Prima dell’iscrizione all’Albo si possono svolgere attività coerenti con la formazione maturata; tuttavia non ci si può presentare come psicologi né assumere compiti che appartengono alla professione.
La Legge n. 56 del 1989 comprende tra gli atti dello psicologo l’uso di strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, abilitazione-riabilitazione e il sostegno in ambito psicologico, rivolti alla persona, ai gruppi, agli organismi sociali e alle comunità.
Chi non è iscritto all’Albo non può:
Cambiare nome all’attività non ne modifica la natura. Un colloquio definito “motivazionale”, “di crescita” o “di ascolto” continua a richiedere l’abilitazione quando finalità, strumenti e responsabilità corrispondono a quelli di una prestazione psicologica.
Neppure la presenza di un supervisore rende lecita qualsiasi attività. Durante un tirocinio universitario regolato, lo studente può osservare e svolgere quanto previsto dal progetto formativo, entro i limiti stabiliti e sotto la responsabilità del tutor; questa situazione è diversa dall’erogare prestazioni autonome, eventualmente a pagamento, dichiarando che verranno discusse in seguito con un professionista.
La riforma delle lauree abilitanti ha integrato il tirocinio pratico-valutativo nel percorso LM-51 e attribuito valore abilitante alla prova finale. Rimane comunque necessario iscriversi alla Sezione A dell’Albo prima di esercitare, mentre per chi proviene dagli ordinamenti precedenti continuano a valere le disposizioni transitorie.
Rispettare questi limiti significa tutelare le persone con cui si entra in contatto e imparare a nominare correttamente il proprio ruolo. Anche questo fa parte della costruzione professionale.

La richiesta di esperienza crea un paradosso noto: molti incarichi la pretendono da chi sta ancora cercando la prima occasione per costruirla. Di fronte a questo ostacolo si è tentati di accettare qualsiasi proposta, purché possa essere inserita nel curriculum.
Un incarico scarsamente pagato, confuso o privo di reale apprendimento, tuttavia, non diventa un investimento soltanto perché aggiunge una voce alla sezione “esperienze”. Le attività iniziali possono avere compensi modesti o durate brevi e risultare comunque utili, quando offrono compiti significativi, responsabilità proporzionate, un referente competente e una chiara coerenza con il percorso desiderato. Diventano problematiche quando la promessa di “fare curriculum” viene utilizzata per normalizzare lavoro gratuito, richieste ambigue o mansioni che eccedono il ruolo formale.
Non tutti, inoltre, possono sostenere per mesi un tirocinio non retribuito, trasferirsi, rinunciare a un’altra occupazione o dedicare molte ore a un incarico che produrrà forse un vantaggio futuro. Il capitale economico, le reti familiari, il territorio e la possibilità di spostarsi incidono sulla costruzione dell’occupabilità, che non può essere spiegata soltanto attraverso motivazione e intraprendenza individuale.
Prima di accettare un’opportunità conviene valutare:
L’esperienza può anche servire a scoprire che un determinato ambiente non fa per noi. Dovrebbe, però, produrre almeno una conoscenza più precisa del lavoro, una competenza osservabile o una maggiore consapevolezza della direzione da prendere.
La ricerca diventa più efficace quando non parte soltanto dalla domanda “Dove posso lavorare?”, ma da una questione più concreta: quale contesto desidero iniziare a conoscere e che cosa voglio imparare al suo interno?
Chi è interessato alla psicologia scolastica può cercare tutoraggi, attività di supporto ai progetti formativi e incarichi collegati all’orientamento o all’inclusione. Chi guarda alla ricerca può monitorare borse, collaborazioni universitarie e attività di gestione dei dati. Chi immagina un futuro nei servizi territoriali può valutare esperienze nel terzo settore o nei progetti di comunità, mentre chi è interessato alle organizzazioni può osservare opportunità nella formazione, nel recruiting operativo e nella gestione dei progetti.
Rivelio può essere utilizzato in questa fase non soltanto per individuare un incarico, ma per ridurre l’opacità che separa la formazione dal mercato. La piattaforma raccoglie opportunità pubblicate da scuole, università, servizi sociali, strutture sanitarie e altri enti, distinguendo tra percorsi rivolti a studenti L-24, laureati magistrali, psicologi iscritti all’Albo e psicoterapeuti.
Consultare con continuità gli avvisi consente di osservare quali competenze ricorrano, quali titoli siano obbligatori, quali esperienze vengano premiate e come cambino le richieste tra settori differenti. Anche un bando al quale oggi non è possibile partecipare può diventare una mappa: mostra che cosa manca, quali esperienze convenga cercare e quali formazioni abbiano davvero senso.
Davanti a un’opportunità è utile verificare:
Il curriculum professionale non comincia il giorno dell’iscrizione all’Albo. Prende forma quando si impara a scegliere i contesti, a riconoscere i propri limiti e a trasformare ciò che si fa in competenze osservabili. L’abilitazione autorizza l’esercizio della professione; le esperienze costruite prima possono aiutare ad attraversare quella soglia sapendo qualcosa in più del lavoro, del mercato e del professionista che si desidera diventare.

Dr.ssa Marcella Franco
Psicologa, Psicoterapeuta e Gruppoanalista

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