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Counselor e psicologo vengono spesso confusi. Entrambi operano nell'ambito della relazione d'aiuto, ma si distinguono per percorso formativo, riconoscimento giuridico, competenze e attività che possono svolgere. Comprendere queste differenze è importante sia per chi desidera intraprendere una di queste professioni sia per chi sta cercando un professionista a cui affidarsi.
"Ho bisogno di parlare con qualcuno."
Spesso tutto inizia così. Non dalla ricerca di uno psicologo o di un counselor, ma da un bisogno molto più semplice: trovare qualcuno che aiuti a comprendere ciò che si sta vivendo.
Solo dopo arriva una seconda domanda, decisamente meno semplice: a chi mi rivolgo?
Nel panorama della relazione d'aiuto convivono oggi figure professionali diverse – psicologo, counselor, coach e altri professionisti orientati al supporto della persona – spesso descritte attraverso parole molto simili. Ascolto, benessere, crescita personale, cambiamento e sostegno ricorrono continuamente nella comunicazione, dando l'impressione che queste figure svolgano, in fondo, lo stesso lavoro. Eppure non è così.
Comprendere queste differenze non significa alimentare una contrapposizione tra categorie, ma perseguire due obiettivi:
Non ti dirò cosa pensare. Se ho fatto bene il mio lavoro, a fine lettura avrai gli strumenti per orientarti tra le principali posizioni che hanno animato questo dibattito, distinguendo ciò che appartiene alla storia del counseling, ciò che riguarda il nostro ordinamento professionale e ciò che, invece, merita ancora una riflessione critica.
Perché, se è vero che ogni professione nasce per rispondere a un bisogno, vale la pena chiedersi quale bisogno venga realmente soddisfatto dall'introduzione di una nuova figura della relazione d'aiuto e se questa renda davvero più semplice orientarsi per chi cerca aiuto.

Prima di confrontare counselor e psicologo conviene chiarire una domanda apparentemente semplice: che cosa fa, esattamente, uno psicologo?
Nell'immaginario collettivo permane un equivoco piuttosto diffuso. Molte persone continuano ad associare lo psicologo esclusivamente al trattamento dei disturbi psicologici, probabilmente perché è l'ambito che riceve maggiore attenzione mediatica. La professione psicologica, però, è molto più ampia.
La Legge 18 febbraio 1989, n. 56, che disciplina l'ordinamento della professione di psicologo, definisce come attività proprie dello psicologo l'utilizzo di strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, l'abilitazione e riabilitazione e il sostegno in ambito psicologico, rivolti alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità.
In altre parole, lo psicologo non si occupa soltanto di psicopatologia. Può lavorare, ad esempio, in:
Questa ampiezza rappresenta uno dei punti centrali del confronto con il counseling e sarà utile tenerla presente nel prosieguo dell'articolo.
Negli ultimi anni è circolato sui social un meme che rappresenta bene una situazione piuttosto comune.
La scena si apre con la scritta “macchina rotta” e prontamente una linea retta conduce al meccanico. Compare poi il testo “un mal di denti” e un'altra linea porta direttamente dal dentista. Quando invece compare la scritta "sto vivendo un momento difficile", il percorso cambia.
Prima provi a cavartela da solo. Poi ne parli con un'amica, cerchi risposte in un libro, ascolti un podcast, fai una domanda a ChatGPT e magari ti convinci che passerà da sé. Solo alla fine compare la parola "psicologo". Fa sorridere, ma descrive una dinamica molto diffusa.
Molte persone arrivano a chiedere un aiuto psicologico quando sono già esauste. Non necessariamente perché abbiano sottovalutato ciò che stanno vivendo, ma perché non è sempre facile riconoscere una difficoltà emotiva o relazionale come l'espressione di un bisogno psicologico. Più spesso la si interpreta come una fase passeggera, una questione di carattere o qualcosa che si dovrebbe riuscire a gestire da soli.
Forse una parte del problema nasce proprio qui: fatichiamo a riconoscere che esiste un bisogno psicologico prima ancora che una psicopatologia.
Questo equivoco influenza anche l'immagine dello psicologo. Se pensiamo che il suo lavoro inizi soltanto quando compare un disturbo mentale, è naturale rimandare la richiesta di aiuto. In realtà ci si può rivolgere a uno psicologo anche per:
Se immaginiamo che lo psicologo si occupi esclusivamente di psicopatologia, diventa facile attribuire tutto ciò che riguarda ascolto, sostegno, orientamento o benessere ad altre professioni. Ma è davvero così?
Per rispondere occorre fare un passo indietro: capire da dove nasce il counseling, quale significato assume nel mondo anglosassone, perché arriva in Italia con caratteristiche differenti e chiedersi se rappresenti una risposta a un bisogno professionale ancora scoperto oppure se finisca, almeno in parte, per sovrapporsi a competenze già previste dall'ordinamento della professione psicologica.
Per comprendere il dibattito tra counselor e psicologo occorre fare un passo indietro.
Il counseling non nasce come alternativa alla psicologia. Tra le sue principali radici teoriche viene generalmente riconosciuto il lavoro di Carl Rogers, psicologo statunitense e tra i maggiori esponenti della psicologia umanistica.
A partire dagli anni Quaranta, Rogers sviluppò un modello di relazione centrata sulla persona fondato su tre condizioni considerate essenziali per favorire il cambiamento: empatia, autenticità e accettazione positiva incondizionata. In questa prospettiva, il counseling indicava un modo di costruire la relazione di aiuto, non una professione distinta dalla psicologia. Con il tempo, però, il termine ha assunto significati differenti.
Nel mondo anglosassone il counseling descrive attività molto eterogenee, inserite in sistemi sanitari, universitari e professionali diversi da quello italiano. Parlare di counseling senza considerare il contesto in cui questa figura si è sviluppata rischia quindi di creare equivoci.
In Italia il counselor viene generalmente descritto come un professionista della relazione d'aiuto che accompagna persone prive di una psicopatologia conclamata, sostenendole nei momenti di cambiamento, nelle difficoltà relazionali e nei processi decisionali.
Le principali associazioni professionali individuano tra i suoi obiettivi:
La formazione avviene prevalentemente presso scuole private o associazioni professionali. Il counselor può aderire ad associazioni disciplinate dalla Legge n. 4/2013, che regolamenta le professioni non organizzate in ordini o collegi. È però importante chiarire un aspetto spesso frainteso: questa legge non istituisce nuove professioni né attribuisce nuove competenze, ma disciplina esclusivamente le modalità associative delle professioni non ordinistiche. È proprio da qui che prende avvio il dibattito.
Chi sostiene il riconoscimento del counseling come professione distinta dalla psicologia porta principalmente tre argomentazioni.
La prima riguarda il tipo di utenza: il counselor si rivolgerebbe a persone che non necessitano di una valutazione psicologica o di un trattamento, ma stanno affrontando cambiamenti personali, familiari o lavorativi.
La seconda riguarda la crescente domanda di ascolto nella società contemporanea, caratterizzata da relazioni sempre più complesse e da nuove forme di disagio che non coincidono necessariamente con una psicopatologia.
Infine, il counseling viene proposto come un intervento breve e focalizzato sullo sviluppo delle risorse personali, senza sovrapporsi all'ambito clinico.
Sono argomentazioni che meritano di essere considerate. Allo stesso tempo, sollevano una domanda difficilmente eludibile: quale bisogno professionale o sociale rimane realmente scoperto dalla professione psicologica?
La Legge n. 56/1989 attribuisce infatti allo psicologo competenze che comprendono prevenzione, sostegno psicologico, promozione del benessere, consulenza e interventi rivolti alla persona, ai gruppi e alle comunità. Se il counseling si propone di operare proprio in questi ambiti, la questione non riguarda tanto l'utilità della relazione di aiuto in sé, quanto la necessità di introdurre una nuova figura professionale in un settore già presidiato da una professione regolamentata. È da questa domanda che conviene proseguire.

La risposta breve è no. Il counselor non può effettuare diagnosi psicologica, svolgere valutazioni psicodiagnostiche o condurre trattamenti psicologici, attività che la normativa riserva alla professione di psicologo e, nel caso della psicoterapia, allo psicologo o al medico specializzato. Se però vogliamo comprendere davvero il dibattito, questa risposta da sola non basta.
Provando a tradurlo in maniera più semplice: non conta soltanto come un professionista definisce ciò che fa, ma che cosa fa concretamente.
Nelle professioni non è il nome attribuito a un'attività a determinarne la natura, ma le sue finalità, gli strumenti utilizzati e l'oggetto dell'intervento.
È questo il principio richiamato anche dalla giurisprudenza italiana. La sentenza del TAR Lazio n. 13020/2015, ad esempio, ha ritenuto che alcune attività descritte da Assocounseling presentassero profili di sovrapposizione con quelle attribuite dalla Legge n. 56/1989 alla professione psicologica. Nella stessa direzione si collocano i documenti del Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi, secondo cui consulenza psicologica, sostegno psicologico, prevenzione del disagio e promozione del benessere rientrano già nel mandato professionale dello psicologo.
È anche per questo che il dibattito continua a essere così acceso: la questione non riguarda soltanto ciò che il counselor dichiara di non fare, ma se alcune attività che svolge, nella pratica, coincidano con competenze che il nostro ordinamento attribuisce già alla professione psicologica.
Dopo aver ricostruito le origini del counseling e il dibattito che accompagna questa figura nel contesto italiano, possiamo sintetizzare le principali differenze tra counselor e psicologo.
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Aspetto |
Psicologo |
Counselor |
|
Formazione |
Laurea magistrale in Psicologia, tirocinio professionalizzante, Esame di Stato e iscrizione all'Albo |
Formazione presso scuole o associazioni private di counseling |
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Riconoscimento giuridico |
Professione regolamentata dalla Legge n. 56/1989 |
Attività professionale non ordinistica disciplinata dalla Legge n. 4/2013 |
|
Iscrizione ad Albo |
Sì |
No |
|
Codice deontologico |
Sì, con potere disciplinare dell'Ordine |
Dipende dall'associazione professionale di appartenenza |
|
Ambiti di intervento |
Prevenzione, diagnosi, sostegno psicologico, promozione del benessere, consulenza, valutazione psicologica e interventi rivolti alla persona, ai gruppi e alle comunità |
Le associazioni di counseling descrivono attività di relazione d'aiuto rivolte a persone senza psicopatologia conclamata |
|
Diagnosi psicologica |
Sì |
No |
|
Valutazione psicologica |
Sì |
No |
|
Trattamento psicologico |
Sì (la psicoterapia richiede una specifica specializzazione) |
No |
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Tutela dell'utente |
Formazione universitaria, abilitazione, obblighi deontologici e responsabilità disciplinare |
Regolata dalle norme interne dell'associazione professionale di riferimento |
La differenza principale non riguarda la quantità di formazione, ma il mandato professionale.
Lo psicologo opera all'interno di una cornice normativa che definisce competenze, responsabilità e limiti dell'intervento. Il counselor, invece, viene descritto come una figura della relazione di aiuto e il dibattito nasce proprio dal fatto che alcune attività dichiarate risultano, secondo parte della giurisprudenza e dei documenti istituzionali, molto vicine a competenze già attribuite dalla normativa alla professione psicologica.
A questo punto il tema non riguarda più soltanto counselor e psicologi. Riguarda il modo in cui una persona riesce a orientarsi quando decide di chiedere aiuto.
Più aumentano le figure che operano nella relazione d'aiuto, più diventa importante comprenderne competenze, responsabilità e limiti. La possibilità di scegliere consapevolmente è già una forma di tutela.
Per questo vorrei chiudere la riflessione con una domanda: l'introduzione di nuove figure professionali rende davvero il percorso delle persone più chiaro oppure rischia di renderlo più difficile da comprendere?
Al di là del dibattito, chi cerca un aiuto ha diritto a una scelta informata. Prima di iniziare un percorso può essere utile chiedere:
Non si tratta di diffidare di chi si ha di fronte, ma di poter scegliere conoscendo le competenze che sostengono il percorso proposto.

Psicologa, Psicoterapeuta e Gruppoanalista

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